I Binari del Tempo

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Viaggiavo continuamente, perché sebbene la mia vita fosse a Roma, decisi di studiare a Milano.
Sedevo sempre sulla stessa panchina, del binario 12. Ogni venerdì aspettavo il treno delle 15:00 per tornare a casa. Intorno a me persone che partivano, aspettavano, arrivavano, correvano. Tanti di loro erano pendolari e, dopo mesi di stessi orari, riuscivo anche a riconoscerli. Altri, invece, erano passeggeri saltuari.
Mi piaceva fermarmi ad osservarli, mentre sorseggiavo la mia bibita fresca e mangiavo il mio panino al formaggio. E in quel periodo ho capito quanto fosse importante il tempo.
In un minuto puoi perdere un treno, e i piani della tua serata, improvvisamente, cambiano. Capitava, quindi, di vedere chi si disperava e chiedeva informazioni a chiunque per eventuali altri treni ed orari.
I pendolari si riconoscevano da come reagivano, rassegnati, alla perdita del treno, sapendo quali altri treni potevano prendere in alternativa.
In un minuto una coppia si salutava, promettendosi di rivedersi presto.
In un minuto una madre raccomandava al figlio, che stava partendo, di mangiare e di stare attento.
Un minuto per aspettare qualcuno che arrivava. E loro li riconoscevo subito perché all’arrivo del treno, chi aspettava si avvicinava alla carrozza, e chi arrivava scendeva lasciando le borse a terra, per salutare chi lo stava aspettando.
Una sera salii sul treno e presi posto, accesi il PC per scrivere gli appunti delle lezioni, ma la mia attenzione si fermò quando iniziai a sentire una telefonata di un passeggero dello scompartimento a fianco.
Da come parlava avevo capito che dall’altra parte del telefono doveva esserci la sua compagna.
La telefonata era iniziata con un tono tranquillo e disteso. Diceva di essere salito sul treno e che tutto era andato bene, poi raccomandò di mandargli le foto del loro bambino, perché non voleva perdersi nemmeno un minuto di quello che faceva con lei. Sorrisi nel sentire queste parole, pensando che doveva essere un padre molto premuroso.
Il viaggio era lungo, come sempre, e tra una lettura e l’altra, vedevo il passeggero che continuava a mandare messaggi dal suo cellulare, poi chiamava la sua compagna, o magari sposa, chissà! Chiedendo sempre cosa stessero facendo lei e il loro bambino.
Lo schermo del PC mi nascondeva il volto, ed i miei occhi potevano osservarlo, senza che lui se ne accorgesse. Alzai lo sguardo verso di lui un secondo e capii che stava piangendo.
Avrei voluto sapere cosa stesse provando in quel momento, ma non volevo essere indiscreta. Così provai a pensare alla sua storia.
Le lacrime scendevano sul suo viso, mentre guardava il suo cellulare.
Chissà per quanto tempo doveva stare così distante dalla sua famiglia.
Furono anche quelle lacrime a farmi riflettere sull’importanza del tempo.
A volte ci si trova costretti a fare dei sacrifici per il bene della famiglia.
E per quanto la tecnologia stia facendo passi da gigante, per poter ridurre i tempi di percorrenza, i kcilometri sembreranno sempre troppi.
Scendemmo da quel treno ed i nostri sguardi si incrociarono per l’ultima volta.
Nei suoi occhi vidi tenerezza e vergogna, perché aveva pianto e si era reso conto di essere stato visto.
Lentamente andò verso l’uscita, spingendo la sua grande valigia. Pensai che non avesse nessuna fretta di arrivare al suo alloggio, forse perché non lo aspettava nessuno, oppure nessuno che gli importasse veramente.
Da quella volta decisi di vivermi al meglio ogni momento con la mia famiglia, dal venerdì alla domenica, ed ogni momento con le mie compagne di studi, dalla domenica sera al venerdì mattina, perché il tempo è prezioso ed è giusto viverlo a pieno, senza nessun rimpianto, senza nessun rimorso, dandone sempre la giusta importanza.
La domenica sera ripartii. E da quella volta mi sedetti sulla panchina del binario, ad aspettare il treno che da Roma mi portasse a Milano, osservando attentamente chi stava intorno, cercando di immaginare le loro storie.