I Briganti: rivolta politica o “rivolta dei cafoni”?

Tentativo vano di definire un fenomeno controverso della Storia d’Italia

Quando si parla di brigantaggio si è soliti riferirsi al fenomeno della storia italiana verificatosi nel Sud della Penisola agli albori dell’Unità di Italia. Mediando tra le tante interpretazioni storico-politiche e confutando le mistificazioni e le strumentalizzazioni che hanno generato confusione e disinformazione, si può giungere ad una definizione del fenomeno più coerente con le cause che lo originarono.

Il brigantaggio, come fenomeno sociale e criminale, esisteva già nei primi anni dell’Ottocento e non era legato esclusivamente al Mezzogiorno d’Italia. Il termine brigante di derivazione francese brigant risalirebbe all’antichità per riferirsi al popolo celtico dei Briganti, particolarmente litigioso o, meglio, ben disposto ad attaccar “briga”. I Francesi che invasero nel 1799 l’Italia Meridionale chiamavano spregiativamente brigant i nemici che si opponevano con le armi alla loro avanzata, così come le truppe napoleoniche nel 1805. Con la Restaurazione il termine venne italianizzato e rimase nel gergo ad indicare chi si opponeva alla legge.

Quale differenza esiste, quindi, tra il termine brigante ed il termine bandito? Sicuramente una differenza di tipo geografico, storico, sociale e, ovviamente, politico. I briganti erano coloro che messi al bando dalla legge nel Centro e nel Sud d’Italia, si davano alla macchia vivendo di “escamotage” o di reati quali furti, rapine e sequestri. Il fenomeno assunse, però, una connotazione storica per la sua maggiore diffusione durante il periodo borbonico e napoleonico. La sua caratteristica peculiare è di matrice sociale. I briganti non erano delinquenti comuni del sobborgo cittadino, né sottoproletari come li definirebbe Pasolini. I briganti erano soprattutto contadini e facevano parte di quella classe sociale, spina dorsale del Sud Italia.

La connotazione politica del fenomeno è la più controversa a causa delle differenze di giudizio tra i vari storici, intellettuali, sociologi e pensatori politici. Attraverso i vari punti di vista si può delineare il fenomeno politicamente in maniera più aderente alla realtà e alla verità storica. La definizione più sintetica e coerente è quella data dallo stesso Carmine Crocco, il famoso generale dei briganti, il quale nelle sue memorie scrisse che” i briganti sono figli della miseria”. 

Dichiararsi figli della miseria non sottraeva alla condanna dell’ordine costituito e della Legge.

La relazione dell’On. Massari del 1863 al neo-parlamento Italiano descriveva il brigantaggio, pur essendo in opposizione al vecchio governo borbonico, come una reazione, o meglio, “una protesta selvaggia e brutale della miseria contro antiche e secolari ingiustizie”. La relazione Massari evidenzia come il fenomeno non era omogeneo in tutto il Sud Italia. Si manifestava prevalentemente in quelle zone dove il rapporto tra proprietari terrieri e contadini era più sfavorevole nei confronti degli ultimi.

Interessante diventerebbe un’analisi storico-giuridico-economica che evidenziasse le differenze nei modi di produzione, di distribuzione e di formazione del reddito agrario. I briganti non operavano in tutto il Sud Italia ed erano localizzati in un certo territorio; questo comproverebbe che il malgoverno centrale borbonico non fosse stato la causa principale della nascita del fenomeno. Esso, piuttosto, trovava le sue radici nelle condizioni geo-economiche delle varie zone del Sud Italia. Attecchiva in quelle terre più dure la cui ”essenza” è riassunta lapidariamente nell’affermazione “Cristo si è fermato ad Eboli”.

Studiosi come Giustino Fortunato, Francesco Saverio Nitti e Benedetto Croce bollano il brigantaggio come una manifestazione di criminalità comune scaturita dalla miseria e dall’ignoranza. Gramsci vedeva in esso una “rivoluzione sociale”, una sorta di lotta di classe pre-industriale, un’anticipazione del movimento operaio e dei partiti socialisti che otterranno come risultato politico il suffragio universale del 1913.

I briganti post-unitari non si possono considerare classe sociale, perché privi di una coscienza di classe. La loro estrazione era contadina, ma la classe rurale non era unita in una lotta all’ordine o al regime su tutto il territorio.

I briganti venivano strumentalizzati come mercenari. Molti di loro, dapprima parteciparono al risorgimento quali “garibaldini” e, poi, furono arruolati in una sorta di “esercito della liberazione” clerico-borbonico.

Il rapporto con la fede assumeva caratteristiche magiche e di superstizione, a riprova del fatto che i briganti, come la maggior parte della popolazione contadina, erano tenuti nell’ignoranza. I loro comportamenti non avevano matrice di natura politico-sociale. Essi si consideravano, piuttosto, degli “sfruttati”.

L’inasprimento della pressione fiscale, la mancata riforma fondiaria, il peggioramento delle già precarie condizioni lavorative dei contadini e l’obbligo di leva determinarono l’appoggio della classe rurale alla rivolta dei briganti.

Non era la richiesta di diritti politici, piuttosto l’impellente bisogno di un popolo, o di parte di esso, di garantirsi la sussistenza. Il brigantaggio ne rappresentava la manifestazione più cruda e selvaggia.

Ed è vero che “un popolo affamato fa la rivoluzion”, citando una canzone più prossima ai giorni nostri.

P.D.M.