Hermann Hesse. La ricerca di sé stessi nel peregrinare della Vita

Spunti di riflessione da una lettura senza tempo di un artista universale

Il tema centrale e permanente dell’opera di Hermann Hesse è costituito da alcuni elementi: l’incessante ricerca, il coraggio di rischiare e di perdersi, la tensione infinita verso un’autenticità.

“Il vagabondaggio è per Hesse la misura di un’esistenza degna di essere vissuta”[1]. Cosa si ricerca? Perché bisogna rischiare? Vale la pena perdersi? Che cosa è l’autenticità? La ricerca di H. Hesse è la ricerca di sé stessi. Ma perché bisogna ricercare sé stessi? Si ricerca qualcosa che si è smarrito, qualcosa che non si conosce o qualcosa che si è nascosto. Quella di H. Hesse non è una ricerca solitaria, sebbene, quando si ricerca sé stessi, la solitudine sembra essere una condizione indispensabile.

La ricerca di Hesse è la ricerca dell’Uomo occidentale smarrito in quella che è stata la sua evoluzione antropologica di uomo sommerso dalla vita quotidiana legata al profitto e alla produttività industriale, e che lo ha allontanato, inesorabilmente, dalla sua naturale funzione di abitante della terra. Partendo da questa ottica, il coraggio di rischiare a cui Hesse fa riferimento non è quello di vivere la Vita come risorsa produttiva, ma, piuttosto, viverla come naturale andamento di nascita, morte e rinascita.

Perdersi nel flusso della Vita circostante è, per il ricercatore, una condizione naturale. Perdersi non vuol significare smarrire il proprio Io, ma, piuttosto, sentirlo parte di quello che lo circonda. La tensione verso un sentire e verso relazioni autentiche diventa, pertanto, infinita esigenza umana, oltre lo spazio e il tempo.

Il vagabondaggio è, allora, lo stile di Vita del vero ricercatore, non ribellione ad un mondo che lo ha emarginato, come nel caso dei senza fissa dimora che si sono ritrovati a vivere la strada come unica condizione di sussistenza. Il vagabondaggio hessiano è la volontà dell’Uomo, non di fuggire dalla realtà, ma di compenetrarsi in essa con lo spirito e purificare l’anima dai condizionamenti artificiosi a cui l’umanità è sottoposta.

Scoprire la vera essenza dell’Uomo, questa è la ragione, il fine, lo scopo, la meta del vagabondare.  Altro tema, in cui Hesse esprime la necessità dell’Uomo moderno di riprendersi la propria spiritualità, è quello dell’Ozio. Vagabondare vuol dire viaggiare senza tempo e senza spazio, ricercare la propria spiritualità. Il frenetico e incessante rincorrere valori e mete materiali allontanano l’uomo moderno dalla natura, dall’umanità, alimentandone stati d’animo che lo rendono infelice e insoddisfatto.

Ma chi può vagabondare? Chi può oziare? In una società industriale che ha privato l’uomo di ogni individualità, conformandolo ed uniformandolo, il Vagabondo diventa elemento disarmonico e, al tempo stesso, elemento autentico, originale, dotato di una grande personalità. Lo stesso Hesse afferma che per gli artisti la personalità non è un lusso, bensì condizione esistenziale, aria vitale, capitale irrinunciabile.

Lui stesso ci regala una definizione di artista per cui il vagabondaggio è tipico dell’artista in cerca di risposte, conferme e, anche, novità. Per Hesse, infatti, “artisti sono tutti coloro provano il bisogno di sentirsi vivere e crescere, di essere coscienti delle proprie energie e di costruire se stessi secondo leggi congenite“[2].

Se dovessimo dare una definizione di artista, non potremmo prescindere dal concetto di arte. L’artista è, infatti, colui che fa arte, che produce arte. Ma cosa è l’arte? Potremmo sintetizzare dicendo che l’arte è l’opera creativa dell’uomo.

Ma, allora, che differenza passa tra chi crea artigianalmente un prodotto e chi crea un quadro, una poesia, un romanzo? In una visione più universale, ogni atto dell’uomo di creare qualcosa di nuovo è, forse, un’opera d’arte. In realtà l’arte si manifesta in tutta la sua autenticità nell’atto di creare qualcosa con amore.


[1] Cit. Bruna Bianchi, da introduzione a H. Hesse, Sull’Amore, Edizione Oscar Mondadori, pag. XI, anno 2017.

[2] Cit. Herman Hesse, da L’arte dell’Ozio, Ed. Oscar Mondadori, pag.20, anno 1997.

P.D.M.