Cristo non si è fermato a Eboli, ma è passato anche da Acerenza

Viaggio tra lettere, leggende e luoghi fisici

Non me ne vogliano i letterati e gli amanti della letteratura se scherzo sul titolo del grande romanzo di Carlo Levi. “Cristo si è fermato a Eboli” rientra nella letteratura di carattere storico-sociale che denuncia o analizza la questione meridionale dal punto di vista di un uomo del nord che catapultato, contro la sua volontà, in un paese della Basilicata o Lucania, dapprima subisce l’inevitabile scontro morale tra il suo essere abitante di una città industriale settentrionale e la condizione contadina del Mezzogiorno di Italia ed, in seguito, socializza e solidarizza con i contadini fino a diventare nel profondo della sua stessa anima cittadino del sud.

Riassumendo, così, sembrerebbe, quasi, una sindrome di Stoccolma di cui è affetto chi, per tanto tempo, è costretto a rimanere in un luogo contro la sua volontà. Ma, la sensibilità dell’autore e il suo sistema di valori non potevano non considerare gli aspetti antropologici e non della condizione arcaica contadina, apprezzando lo stato di autenticità e originalità che il sistema rurale lucano manteneva nella sua straordinaria civiltà di altri tempi.

Non è l’unico autore che riesce a cogliere gli aspetti di unicità che trascendono da un’analisi storica comparata in termini di sviluppo economico e sociale. Lo stesso Pasolini si distaccava dal giudizio sommario che vedeva in Matera la “vergogna di Italia”.

Il giudizio storico gramsciano, poi, riusciva a vedere nella rivolta del brigantaggio lucano, dei primi anni dell’Unità di Italia, una valenza sociale e rivoluzionaria che presupponeva una coscienza di classe tipica dei partiti socialisti del primo Novecento.

Se il punto di vista degli autori, fin qui citati, è paragonabile a quello dell’antropologo che studia le civiltà etniche e tribali dell’Africa, non possiamo, anche con una punta di orgoglio, rivendicare il punto di vista dello storico meridionalista che contraddicendo l’asserzione del titolo di Levi, giunga con un excursus storico a evidenziare i periodi floridi della Lucania in cui civiltà Italiche, prima, e coloni greci, poi, fecero di queste terre luoghi di cultura e mete di filosofi e scrittori.

Ma Cristo non si ferma a Eboli e il suo viaggio ci conduce ad Acerenza, la città cattedrale. Il passaggio di Cristo, almeno come professione di fede, è testimoniato dalla imperiosa cattedrale che Roberto il Guiscardo, innalzò a circa 800 metri sul livello del mare sui resti di una chiesa paleocristiana e di un
tempio d’epoca romana dedicato ad Ercole Acheruntino.

Il visitatore che, ignaro della storia del Mezzogiorno d’Italia, si imbatte in questo paesino del potentino e nella sua maestosa cattedrale normanna, certamente, rimarrà stupito e si domanderà come mai tanta importanza in un luogo, quasi, dimenticato da Cristo.

Lo stupore aumenterà quando, visitando la chiesa, ci si imbatterà nella sua cripta che nel suo splendore tardo rinascimentale manifesta, dapprima, un gran sentimento devozionale, ma, osservando i fregi, le rappresentazioni, le iscrizioni in essa contenute, conducono l’osservatore in un campo misterioso e criptico.

Sulla base delle interpretazioni, più o meno fondate, sono sorte leggende intorno alla cripta e alla
chiesa, la cui confutazione non spetta ai viaggiatori occasionali. La cripta parla di un matrimonio tra nobili e di una devozione e, oserei dire, di un ringraziamento al cielo, ma sarebbe dovuta essere nelle intenzioni dei committenti, anche, un luogo di sepoltura.

La maestosità della cattedrale e la bellezza della sua cripta comprovano che le terre intorno non erano abbandonate e che furono oggetto di possedimento da parte di famiglie nobiliari da cui traevano ricchezza e potere. Finito il sistema feudale, abolita la nobiltà, quel che resta nel paesino è quella cultura contadina che è alla base della sua economia.

Passeggiando tra i vicoli si respira l’odore di grano e di vino che rendevano le terre floride e parlando con un anziano del luogo, che spontaneamente ti viene incontro, esplode come un torrente in piena la voglia di manifestare l’amore verso la propria Terra, le proprie origini, la voglia di riscatto di un popolo oppresso da secoli e il desiderio di testimoniare gli anni di emigrazione, lontani dai suoli natii, e la voglia di ritornare ad essi.

Cristo non si è fermato ad Eboli, una capatina l’ha fatta anche ad Acerenza.

P.D.M.