Il calcio che passione!

Riflessioni sociologiche sullo sport più amato al mondo

Un giornalista chiese alla teologa tedesca Dorothee Solle: “Come spiegherebbe a un bambino che cosa è la felicità?”. “Non glielo spiegherei” rispose. “Gli darei un pallone per farlo giocare”.

Se dovessimo chiedere cosa sia il calcio, la maggior parte degli intervistati risponderebbe: “il calcio è uno sport a squadre”. Definire un fenomeno sociale in maniera tecnica è quasi sempre freddo e non coinvolgente. Certamente il calcio è un fenomeno sociale, ancorché sia uno sport. La società è fatta di uomini e donne e, come tale, fatta di emozioni e di sentire collettivo che trascende la fredda analisi di critici, sociologi, politologi.

Se chiedessimo ad un uomo della strada cosa sia il calcio, probabilmente gli si illuminerebbero gli occhi e rivivrebbe le emozioni che provava da bambino nel calciare un pallone o nel vedere la sua squadra del cuore vincere.

Pasolini ha scritto di calcio e lo ha praticato a livello amatoriale. In una sua intervista lo definì come “l’ultima rappresentazione sacra”. Una blasfemia alle orecchie di chi critica l’attaccamento popolare al calcio, definito “oppio del popolo”.

L’espressione panem et circenses, che assume sempre un connotato polemico, è la sintetica condanna che un certo snobismo intellettuale pronuncia nei confronti del mondo del calcio e del suo popolo. La posizione opposta è espressa dalla più moderna il calcio è del popolo. Quest’ultima espressione contestualmente più romantica e politica, contrasta con la pragmatica e schietta affermazione che il calcio è un business. O per lo meno non è soltanto un business.

L’uomo moderno riduce tutto in soldi e sono inutili i tentativi di pensatori o intellettuali di cogliere il romanticismo in una rovesciata o in un colpo di tacco. Non si può certamente negare che il calcio sia una attività economica, tesa a soddisfare un bisogno collettivo riconosciuto da gran parte della popolazione, e, come tale, necessita di una organizzazione, di mezzi e di risorse umane che vanno finanziate.

Pasolini intravedeva nel calcio, anche una forma di psicoterapia di gruppo. La funzione di recupero terapeutica del calcio per tanti “ragazzi difficili”, infatti, è stata sempre riconosciuta sia da religiosi che da educatori di varie estrazioni. Rimangono a vita quelle amicizie nate sui campi di calcio e in strada rincorrendo un pallone. Perché? Semplicemente perché il calcio è un linguaggio non verbale che unisce. Si condivide la fatica, il gesto atletico, l’azione. Il goal diventa una costruzione collettiva di intenti. Tutti uniti per un fine.

Potremmo definire il calcio una scuola di vita e di formazione. E dall’altra parte? Lo spettatore, il tifoso che vive il rito della condivisione, una sorta di celebrazione collettiva intrisa di passione e scaramanzia, di momenti, di emozioni, di attese alle quali non si sa rinunciare. Il bambino che colleziona figurine impara la Geografia e la Storia. Dietro ogni società sportiva c’è una storia, un territorio da scoprire. I colori di una maglietta di calcio diventano orgoglio, spirito di appartenenza.

Non dovremmo scandalizzarci se ci sentiamo nazione quando l’Italia vince ai mondiali o agli Europei e l’inno sia la colonna sonora di una partita di calcio.

È proprio questo lo scopo ultimo del calcio: formare la società.

P.D.M.